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Il nostro modello di prevenzione per gli adolescenti

Prevenzione perchè

Nell’abito del lavoro con gli adolescenti una delle parole chiave è prevenzione. Mentre infatti parliamo di interventi educativi o di tutela quando ci riferiamo ai bambini, interventi riabilitativi, di riduzione del danno o di sostegno per gli adulti, quando si parla di adolescenza il concetto di prevenzione diventa predominante.

Perchè?

Perchè il concetto di prevenzione è così legato a quello di adolescenza?

L’adolescenza è una fase evolutiva che accanto all’infanzia comporta molti intensi e veloci mutamenti: c’è l’esplosione del corpo, con l’attivarsi del sistema motivazionale sessuale, l’esplosione in senso di crescita anche del linguaggio razionale con notevole acquisizione di astrazione e capacità di ragionamento. Questi cambiamenti si vanno ad inserire, se possiamo dire così, sui risultati dell’infanzia, costituiscono cioè una ristrutturazione ma sulla base di quello che ha portato con sé l’infanzia. Quindi oltre alle differenze individuali che dipendono dalla storia personale, ciò che c’è in comune in questa fase sono una serie di contraddizioni:

  • il desiderio di autonomia e il bisogno di protezione·
  • la ricerca di ribellione e la necessità di conformismo·
  • il disprezzo per il passato da “bambino” e la presenza di comportamenti immaturi
  • il senso di onnipotenza e quello speculare di inadeguatezza in tutto

Questa crisi evolutiva ha come compito di sviluppo il trovare la propria identità autonoma. L’adolescente deve liberarsi del guscio protettivo che fino a quel momento gli è stato offerto dalla struttura familiare e deve trovare un altro guscio, un’altra pelle in cui riconoscersi, cercando di incanalare l’esplosione di energia a cui è sottoposto, un guscio che contenga quindi senza ridurre né dissociare. Ma per costruire una nuova (anche se non troppo, abbiamo detto che l’infanzia non si cancella) identità l’adolescente ha bisogno di esplorare i limiti fisici e psichici, deve esplorare le sue possibilità. Questi bisogni dell’adolescente si incontrano spesso con le risposte date dai comportamenti a rischio. Cancrini definisce la tossicodipendenza come un incontro tra un problema, un bisogno, e una sostanza che in qualche modo risolve quel problema. Se teniamo presenti i bisogni dell’adolescente la droga spesso assume il ruolo di calmante, per gli adolescenti che di fronte all’eccesso di energia non trovano un regolatore adatto e sperimentano nelle sostanze un sedativo per l’angoscia che non viene riconosciuta né utilizzata per crescere, oppure, in altri casi la droga serve all’adolescente per rinforzare la propria onnipotenza, il ritiro nel mondo infantile senza regole e senza problemi da affrontare.

Prevenzione come

Tenendo presente quindi queste caratteristiche evolutive, che sono terreno fertile per la sperimentazione di comportamenti a rischio, ci chiediamo quale tipo di prevenzione sia più adatta.

I vecchi modelli che si incentravano sulla consapevolezza del pericolo, vengono superati se ricordiamo la lente evolutiva con cui leggere i comportamenti dell’adolescente: io adulto ti posso pure dire che la droga fa morire ma, in primo luogo se me lo dici tu per me non ha valore visto che ho il compito di metterti in discussione, in secondo luogo quello che dici non mi spaventa perchè la mia onnipotenza mi fa credere che il pericolo tocca tutti ma a me non può mai succedere, questo meccanismo è evidente se pensiamo che la prima causa di morte in adolescenza sono gli incidenti stradali e nonostante ciò gli adolescenti non portano il casco, non allacciano le cinture…proprio perchè anche se è successo al mio migliore amico a me non succederà. Quindi inutile soffermarsi sul rischio bisogna andare oltre il comportamento problematico e vedere che significato ha quel comportamento per quel ragazzo, a quale bisogno sta rispondendo e come si potrebbe rispondere diversamente.

Un primo punto quindi è il passaggio dal sintomo al bisogno, al problema.

Un secondo punto è che per passare alla condivisione dei bisogni è necessario costruire delle relazioni.

Già la letteratura ci informa su come, nel cambio di pelle, il gruppo dei pari rappresenti un guscio temporaneo in cui l’adolescente si rifugia e trova certezze mentre sta mettendo in discussione quelle della propria famiglia. Ma oltre al gruppo dei pari, che pure in un intervento di prevenzione va tenuto presente, è la relazione con un adulto che sappia fungere in qualche modo da regolatore e da catalizzatore che è necessaria. Il punto è però trovare quale tipo di relazione si può stabilire. Anche questo problema va affrontato secondo noi sia nella cornice evolutiva che individuale.

Dal punto di vista evolutivo riteniamo che la relazione con un adulto che possa rappresentare un modello di riferimento sano e che sia quindi un fattore di protezione dal rischio, debba essere una relazione a maglie larghe. Un genitore, un insegnante, un operatore sociale che vuole costruire una relazione con un adolescente deve mettersi un po’ nell’ottica dell’adulto che guarda il bambino muovere i primi passi. Ci sono quei genitori, definiti ansiosi, che gli stanno dietro dietro e che con l’obiettivo di proteggerlo quasi non gli lasciano lo spazio per camminare, all’altro estremo ci sono i genitori incuranti, con lo sguardo rivolto altrove ma non sul bambino, e poi ci sono i genitori che guardano da lontano, non è che non hanno paura, ma scelgono di tenersela, di non scaricare la loro ansia sul bambino attraverso il controllo asfissiante, ma di guardare da lontano la sua esplorazione e di intervenire, anche fermamente solo di fronte a pericoli grandi, mentre lasciano che possa cadere senza farsi troppo male mentre esplora, così impara a camminare prima e impara soprattutto il senso della fiducia in sé che né il primo né il secondo genitore possono insegnare, perchè entrambi troppo proiettati su di sé. Lo stesso atteggiamento va tenuto con l’adolescente, anche lui esplora il limite delle sue gambe, va quindi guardato da lontano, si interviene solo in casi di pericoli grossi (e bisogna imparare ad avere chiaro quali sono e a condividerli) ma si deve lasciare che il ragazzo possa sbagliare, possa cadere per poi accorgersi che non è solo, perchè l’adulto c’è sempre stato.

In un’ottica poi più individuale, dove la cornice di lettura si restringe, dobbiamo poi imparare a vedere al di là della fase evolutiva qual’è l’adolescente che ho di fronte. Nel libro Siddhartha l’adolescenza viene descritta come un passaggio di un fiume accompagnati da un barcaiolo. Bisogna però stabilire se il fiume, che può rappresentare le variabili socio-ambientali, è calmo o tumultuoso, se il barcaiolo, che può rappresentare gli adulti che sono in relazione con l’adolescente al momento del passaggio, sono lucidi, coerenti e chiari o ubriachi, se l’adolescente, che viene traghettato mette in gioco le sue risorse, il suo impegno nel remare o tira i remi in barca lamentandosi perchè il barcaiolo non rema al suo posto, e qui possiamo ricordare al di là dei fattori sociale e familiari, i fattori personali, quelli che in letteratura vengono definiti la resilienza, le capacità residue anche di fronte a difficoltà ambientali. Ora è importante che io, adulto, educatore abbia chiaro chi è il traghettato, chi è il barcaiolo e su quale fiume sta camminando per stabilire una relazione con lui. Ed è anche importante, e questo lo facciamo con la supervisione psicologica, che io adulto sappia queste stessi fattori come hanno funzionato per me e come le mie caratteristiche di oggi si possono incontrare e scontrare con quelle del ragazzo che ho di fronte. Una relazione è un meccanismo a due, entra in gioco l’altro ma entro in gioco anche io.

A queste premesse teoriche vorrei solo aggiungere alcuni presupposti metodologici che derivano dalle premesse e che utilizziamo nei nostri progetti di prevenzione:

1.      il gruppo come oggetto d’intervento, avendo riconosciuto l’importanza che ha per gli adolescenti abbiamo lavorato con e su i gruppo

2.      l’utilizzo di mediatori generazionali (operatori giovani) per facilitare l’aggancio

3.      il lavoro di rete con gli insegnanti e gli altri operatori del mondo sociale

4.      l’utilizzo del confronto di èquipe e della supervisione psicologica per affrontare le dinamiche relazionali tra il gruppo dei ragazzi, tra ragazzo e operatore, tra operatore e operatore

5.      la partecipazione attiva dei ragazzi a tutte le fasi del progetto

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