“Psico-tecnologie”: finestre della mente sul web
La com
unicazione è entrata in una nuova era fatta di blog e social network. Facebook, Twitter e tutti i social media non sono una moda ma un nuovo linguaggio con cui è necessario confrontarsi.
Negli ultimi quindici anni la diffusione delle reti telematiche ha sicuramente rappresentato una rivoluzione tecnologica di ampia portata, in grado di trasformare oltre il modo di comunicare anche il costume sociale e gli stili di vita.
Come ogni trasformazione anche la rivoluzione digitale va valutata sotto diverse prospettive ovvero mettendone in risalto sia gli aspetti evolutivi, come fattore di progresso e accrescimento della conoscenza, sia gli aspetti relativi agli effetti e ai rischi che un mutamento così repentino può provocare a livello psicologico e sociale.
Che differenza c’è tra le tecnologie della comunicazione e le altre tecnologie?
Derrick de Kerckhove definisce le tecnologie della comunicazione ” psicotecnologie” in quanto supportano, modificano o accrescono le funzioni e le capacità della mente sia a livello sensoriale (come la stimolazione audio-visiva attraverso la TV), sia a livello cognitivo (pc e reti telematiche). Queste ultime per il carattere interattivo ne caratterizzano ancor di più l’aspetto psicotecnologico.
Parlare di tecnologie della mente ci permette di comprendere il rapporto che viene a stabilirsi tra le nostre strutture mentali e il funzionamento dei nuovi media in virtù anche di una particolare affinità modale che ha indotto a definire il computer un cervello elettronico. Tale riflessione potrebbe aiutarci ad approfondire di più le ragioni della forte attrazione che le nuove tecnologie esercitano sulla nostra mente, permettendo di spiegare la comparsa di forme di abuso e di disagio sempre più presenti nella nostra società.
I nuovi strumenti tecnologici permettono all’individuo contemporaneamente di allargare la propria visione del mondo, di entrare più facilmente in contatto con le cose e con le persone, ma, nel tentativo di riprodurre la ricchezza sensoriale dell’esperienza umana, si deformano la percezione e la conoscenza delle cose (Boltin e Grusin 1999). Le nuove tecnologie si configurano come second-self, si proiettano su esse parti della nostra identità, del desiderio di estendere le proprie esperienze, le proprie relazioni, in tal modo le diverse finestre aperte, rimandano alla capacità di ogni utente di assumere on line una serie di identità infinite e vite parallele.
Social net-work e adolescenza.
Negli ultimi anni il fenomeno dei blog e dei social network, anche in Italia ha avuto grande sviluppo, soprattutto tra i giovani.
Il decimo rapporto sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescnza redatto dal Telefono Azzurro e dall’Eurispes mette in luce come sette adolescenti su dieci posseggano un profilo su Facebook (71,1% utilizza Facebook, il 17,1% MySpace e il 10,4% Habbo). Per i ragazzi Facebook è uno strumento utile per ritrovare vecchi conoscenti (24%) e per stringere nuove amicizie (14,9%), ma c’è anche chi lo considera un mezzo pericoloso per la propria privacy (5%). Aumentano vertiginosamente poi in particolare i bambini sotto gli 11 anni che chattano: se nel 2005 erano poco più del 13%, oggi rappresentano oltre il 40%.
L’utilizzo intensivo dei Social Network può ampliare la rete di contatti, ma ci si interroga sugli effetti devianti in merito. Diverse ricerche sugli adolescenti hanno cercato di individuare le differenze tra la vita reale ed esistenza virtuale.
Da una ricerca condotta dalla University of Virginia di Charlottesville (USA), sulle interazioni sociali di 172 ragazzi di 13-14 anni, è emerso che i modelli di comportamento sociale durante l’adolescenza continuano anche nell’età adulta e si rispecchiano sui social network. I ragazzi che da piccoli avevano molti amici, erano propensi a usare Facebook e Myspace per migliorare e rafforzare il loro rapporto con gli altri. I giovani che, invece, avevano mostrato problemi comportamentali e difficoltà a stringere amicizie, o disdegnavano i social network, o li usavano in modo negativo, adoperando un linguaggio volgare, ostile o aggressivo - inviando magari immagini imbarazzanti -, replicando gli atteggiamenti adottati nei rapporti faccia a faccia.
Un’altra ricerca si è soffermata sul numero di amicizie nella vita reale rispetto a quelle nella realtà virtuale.
Facebook, MySpace e Bebo vedono ogni giorno migliaia di utenti scambiarsi richieste d’amicizia, parte delle quali sono però destinate a perdersi nell’oblìo.In sostanza, i nostri mondi sociali sono contesti molto piccoli e, anche se internet offre la possibilità di interagire, di inviare cartoline virtuali e di avere 1500 amici, non si distacca di molto dalla realtà virtuale. Secondo un recente studio inglese, questo limite non supera le 150 persone.
Per arrivare a queste conclusioni, lo psicologo inglese Robin Dunbar ha confrontato il “traffico online” di chi accumula migliaia di contatti con quello di chi si limita ad avere appena qualche centinaio di amici. Risultato? Non emergono differenze significative. La conclusione è che alla fine il cervello riesce a memorizzare meglio e predilige le persone con cui si hanno rapporti reali.
In altre parole quando c’è qualcosa di reale che ci lega a un’altra persona il rapporto è tanto autentico da poter continuare anche nel mondo virtuale. Mentre è più difficile che accada il contrario.
Rischi e nuove dipendenze
Dietro gli innumerevoli vantaggi che porta l’abbattimento delle distanze, c’è un rovescio della medaglia, anche la “dipendenza” da internet evolve. Ora si va in astinenza per mancanza o carenza di amici “virtuali”.
David Smallwood, uno dei principali psicologi britannici esperto in dipendenze ha coniato il termine Friend Addiction (Amico Dipendenza) che nasconde l’impossibilità psicologica di stare lontano dal computer, in particolar modo dalla comunicazione in tempo reale garantita dai social network, Facebook su tutti. Lo studioso sottolinea che questo social network alimenta l’insicurezza degli utenti, che non riescono a staccarsi dal sito; in particolar modo le donne sono vulnerabili, in quanto la loro autostima deriva e si rafforza a partire dai rapporti che si instaurano con gli altri. Facebook, obbligando gli utenti ad aggiungere nuovi amici, accentua questa caratteristica.
Si tratta divere e proprie tecnologie dell’emozione e della coscienza che si avvicinano al mondo giovanile sempre alla ricerca di vissuti e condizioni mentali che appaiono tanto più gratificanti quanto più sganciati dalla dimensione materiale e concreta.
La pratica clinica mette in luce come l’abuso delle nuove tecnologie si avvicini a quello delle new drugs proprio per il loro effetto “empatogeno” e come sia sollecitato da un assetto interiore carente, da un senso di vuoto, di solitudine, dall’incapacità di tollerare l’alternanza di piacere e dolore che caratterizza la vita reale.
I social network acquisiscono valore di catalizzatore affettivo, un luogo in cui si facilitano e si amplificano le emo
zioni, un modo di comunicare ed interagire più intenso che determina relazioni idealizzate, in cui gli aspetti virtuali prevalgono su quelli reali. I social network accrescono l’impressione di poter capire ed essere capiti, di conoscere l’altro in poco tempo, annullando la reale quantità di tempo necessaria alla conoscenza reciproca.
In conclusione, sembra che a modalità diverse di coinvolgimento nell’utilizzo delle nuove tecnologie corrispondano a diverse posizioni in termini di “relazioni sane e/o di dipendenza” con esse. Nel mondo virtuale ,la realtà non è negata, non è nemmeno del tutto accettata, ma piuttosto adattata ai propri bisogni, in maniera artificiosa.
Le nuove generazioni se da un lato dimostrano attenzione e familiarità nei confronti della rete a livello tecnologico, dall’altra non hanno ancora gli strumenti per poter individuarne i possibili pericoli. Sembra pertanto importante riflettere su modalità di intervento che medino sull’uso di queste realtà virtuali nel corso dell’adolescenza, in relazione al “compito evolutivo” di strutturazione dell’identità proprio di questo periodo di vita, che implica la costruzione di rappresentazioni nuove del sè e dei significati personali della vita.
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