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Le comunità diurne per minori e famiglie, carta d’identità di un nuovo servizio

Niente nasce dal niente. C’è da chiedersi allora da dove nascono le così dette “comunità diurne” per minori e famiglie (da più tempo sono invece le comunità diurne per tossicodipendenti e per la salute mentale) che stanno prendendo sempre più piega come servizi di supporto alle famiglie multiproblematiche nelle varie realtà soprattutto del nord Italia (comune di San Donato Milanese, Bolzano, Genova).

Perchè da più parti del nostro paese, senza un accordo, senza un coordinamento comune sta nascendo lo stesso tipo di servizio ancora largamente sconosciuto a istituzioni pubbliche (solo pochi comuni del nord stanno cominciando a stipulare le prime convenzioni e a chiedere per questo degli standard organizzativi come il comune di Perugia) e a regolamenti regionali?

Sicuramente, come tutti i servizi, non nasce ex novo, ma potremmo dire che ha i suoi antenati nei vecchi semi-convitto. Come gli istituti assistenziali grazie alla spinta del processo di de-istituzionalizzazione (che ha coinvolto nell’ultimo trentennio, servizi per disabili, servizi della salute mentale, carcere) hanno dovuto lasciare il posto alle case famiglie e alle comunità di tipo familiare, così gli istituti di semi-convitto, se seguono lo stesso iter, dovranno lasciare il posto alle comunità diurne. La differenza tra istituto socio-assistenziale e comunità familiare non è una differenza formale ma sostanziale ed è la stessa che passa tra semi-convitto e comunità diurna: la presenza di una progettazione integrata. Progettazione: termine dinamico, e non solo custodia, termine statico. Integrata: in rete con il territorio dove la comunità si apre per attivare risorse utili per la crescita, il mondo del bambino resta quello degli altri bambini come lui (scuola, palestra, compagni di classe, catechismo, ecc.) e non si esaurisce nella totalità dell’istituto.

Ma per definire ancora meglio l’identità di una comunità diurna, essendo un nuovo nato in mezzo ad altri fratelli che si somigliano ma sono diversi nell’identità, è utile dire cosa altro non è.

Non è un centro di aggregazione. È diverso il numero dei minori che vengono seguiti: circa venti per il centro diurno di aggregazione e più o meno la metà (da 10 a massimo 15) per la comunità diurna. Questa differenza quantitativa è giustificata da una differenza qualitativa: la comunità diurna presuppone una presa in carico maggiore (area scolastica ma anche sanitaria, sociale, relazionale) e un coinvolgimento forte di tutto il nucleo familiare (colloqui, accompagnamenti, interventi con l’educatore a casa) che richiede una mole di lavoro e uno spazio interno dell’educatore che non può prevedere la gestione di tanti bambini.

Non è un servizio di tutoraggio. Pur essendo il tutoraggio presso l’abitazione dei bambini previsto come “parte” dell’intervento, non esaurisce l’intervento in sé. È essenziale nell’intervento di comunità diurna che ci sia anche un luogo “altro” oltre alla casa della propria famiglia, che possa piano piano essere riconosciuto dal bambino e dalla famiglia come spazio di appartenenza e di supporto, dove sperimentare un nuovo modo di stare insieme.

Non è una comunità di tipo familiare, perchè manca la totale residenzialità. Il bambino e la sua famiglia restano nella propria casa.

Questa identità non nasce a caso, né per fare numero o moda, ma nasce dalla lettura di bisogni sorprendentemente simili che gli operatori hanno fatto grazie alla propria esperienza (spesso nasce dall’esperienza di operatori di comunità familiari), un bisogno diverso da quello che necessita dell’allontanamento dalla famiglia, diverso dal bisogno di socializzazione del centro di aggregazione, diverso da quello che può avere una risposta nel tutoraggio.

Nel Quaderno del Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, Esperienze e buone pratiche oltre la legge 285/1997 (Questioni e Documenti, n. 45, 2007) dell’istituto degli Innocenti a proposito del servizio comunità diurna, leggiamo: presupposto imprescindibile per il realizzarsi dell’intervento è però che all’interno di queste famiglie deve essere garantita l’esistenza di risorse residue familiari o presenti nella rete da poter attivare. L’atteggiamento della famiglia alla proposta del progetto deve poi essere di condivisione. Vengono proposti due criteri (risorse residue e condivisione da parte della famiglia) che aiutano gli invianti (servizi sociali, tribunale, asl) a discriminare l’adeguatezza o meno dell’intervento. Criteri che possono appartenere anche a famiglie che hanno già fatto un pezzo di percorso in uno qualsiasi degli altri servizi.

Assisteremo probabilmente nei prossimi anni all’emergere di un dibattito e di un movimento che porterà ad una definizione sempre più precisa delle caratteristiche e degli standard qualitativi che una comunità diurna deve rispettare e alla riflessione su criticità come ad esempio quella relativa all’età più adatta a questo tipo d’intervento.

Ci auguriamo che la lettura di bisogni complessi porti a risposte nuove che ci costringano a riflettere sull’analisi della domanda in modo sempre più preciso.

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